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Atti del fallito revocati salvo che l'altra parte provi che non conosceva lo stato d'insolvenza del debitore

Notizia del 04/11/2017

Non sono revocabili gli atti estintivi di debiti pecuniari effettuati con mezzi normali. Così la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 26063/17, depositata il 2 novembre.

Il caso. Il Tribunale dichiarava il fallimento di una società a responsabilità limitata. La curatela chiedeva ed otteneva la revoca di due cessioni di credito pro solvendo. L’istituto di credito beneficiario proponeva appello, la corte territoriale riformava la decisione di primo grado ed escludeva la revocabilità delle cessioni.
La curatela ha proposto ricorso per cassazione.

Normalità e anormalità della cessione del credito. La S.C. ha rilevato che la Corte territoriale ha escluso la anormalità del credito sul presupposto che la cessione del credito a ripianamento di un debito preesistente può essere considerata un mezzo normale di pagamento. L’art. 67 l. fall., al comma 1, n. 2, chiarisce che sono revocabili gli atti estintivi di debiti pecuniari scaduti ed esigibili non effettuati con danaro o con altri mezzi normali di pagamento, se compiuti nell'anno anteriore alla dichiarazione di fallimento.

Cessione del credito, non è mezzo di pagamento normale. I Giudici di legittimità hanno richiamato orientamento consolidato a tenore del quale la cessione di credito, se effettuata in funzione solutoria di un debito scaduto ed esigibile, si caratterizza come anomala rispetto al pagamento effettuato in danaro od altri titoli di credito equivalenti, in quanto il relativo processo satisfattorio non è usuale, alla stregua delle ordinarie transizioni commerciali, ed è suscettibile di revocatoria fallimentare anche se pattuita contestualmente alla concessione di un ulteriore credito al cedente che versi già in posizione debitoria nei confronti del cessionario, dovendosene escludere la revocabilità solo quando sia stata prevista come mezzo di estinzione contestuale al sorgere del debito che venga così estinto (Cass. n. 9388/11).
L’orientamento riportato deve intendersi interpretativo del citato art. 67 l. fall., dunque, la cessione pro solvendo non è da considerarsi normale strumento di pagamento.
Con queste argomentazioni la S.C. ha accolto il ricorso rinviando la causa ad altra Corte territoriale.

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