licenziamento | Bluff sulle ricevute taxi: i rimborsi ‘gonfiati’ costano il licenziamento


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Respinto il ricorso di un ex dirigente di un istituto di credito. Legittimo il drastico provvedimento adottato dall’azienda. Evidente, secondo i Giudici, come il comportamento fraudolento dell’uomo abbia leso irrimediabilmente il vincolo fiduciario col datore di lavoro.  


(Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 10566/19; depositata il 16 aprile)


Notizia del 27/04/2019 alle 12:10


Bluffare sulle ricevute dei taxi, così da ottenere rimborsi superiori alla spesa sostenuta, è una condotta grave che può costare il posto di lavoro. Proprio applicando questa visione, difatti, i Giudici hanno reso definitivo il licenziamento di un dirigente – oramai ex – di un istituto bancario (Cassazione, ordinanza n. 10566/19, sez. Lavoro, depositata oggi).

Rimborsi. Chiarissima la contestazione mossa dall’azienda – una banca – a un dirigente: «uso di ‘ricevute taxi’ con importi contraffatti» per «ottenere rimborsi maggiorati, superiori al reale costo sostenuto» dal lavoratore. Netta la reazione adottata dall’istituto di credito, che ritiene non più credibile il rapporto di lavoro e opta per il licenziamento.
Provvedimento drastico ma legittimo, osservano i giudici che, prima in Tribunale e poi in Corte d’Appello, respingono le obiezioni mosse dal dipendente della banca.
Identica posizione assume anche la Cassazione. Inutile la linea difensiva proposta dal legale del lavoratore e centrata su un presunto raggiro da parte dell’azienda, finalizzato a liberarsi del dipendente «senza un adeguato incentivo all’esodo».

Alterazione. Per i Giudici del Palazzaccio è condivisibile la lettura della vicenda fornita in Appello, laddove si è accertata la concretezza della «contestazione disciplinare», avente ad oggetto «l’alterazione delle ‘ricevute taxi’». Non vi sono dubbi, in sostanza, sul fatto che «l’alterazione materiale in questione» costituisce «un fatto gravemente lesivo dell’elemento fiduciario» e quindi «idoneo a giustificare il recesso per giusta causa».
A inchiodare il dirigente è stata anche la deposizione della sua assistente dell’epoca, che «predisponeva le note di rimborso». Ma significativo è soprattutto il fatto che egli non abbia «disconosciuto la firma in calce alle note spese prodotte dalla parte datoriale», mentre «il parere tecnografico richiesto dalla società ha accertato che cinquantaquattro ricevute risultavano alterate nell’importo».
Tirando le somme, a fronte dei «comportamenti fraudolenti posti in essere da un ‘quadro direttivo’ con un ruolo di responsabilità», è evidente, concludono i giudici, «la lesione irrimediabile del vincolo fiduciario».



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