rapporti fra coniugi | Separazione e divorzio: è il procedimento di revisione delle condizioni che può annullare le statuizioni esecutive


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La forza esecutiva delle statuizioni contenute nelle condizioni di separazione o nella sentenza di divorzio può essere annullata solamente dal procedimento di revisione delle condizioni e non dall’opposizione all’esecuzione.


06/07/2019 | 09:45
Pubblicata da: Marco Amodio

I provvedimenti presi dal Tribunale dei minori, avendo ad oggetto questioni e circostanze diverse, non intervengono sull’esecutività delle statuizioni, sulle questioni economiche, prese nell’ambito di procedimenti di separazione o di scioglimento del matrimonio. Questo è il principio ribadito dalla Terza Sezione della Suprema Corte, con la sentenza n. 17689/2019, emessa nella Camera di Consiglio del 30 aprile 2019 e depositata il successivo 2 luglio, a seguito ricorso presentato nel 2018, in un caso riguardante un’opposizione a precetto per arretrati dell’assegno di mantenimento di un minore, posto a carico dell’intimato con la sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Il caso. La sentenza del Tribunale di Treviso aveva dichiarato cessati gli effetti civili del matrimonio del 13 gennaio 2010, ponendo a carico del padre un assegno o contributo per il mantenimento del figlio, contestualmente collocato presso la madre. A questa sentenza, era seguito un primo decreto del Tribunale per i minorenni di Venezia, volto alla verifica della capacità genitoriale di entrambi i coniugi, che aveva affidato il figlio al Comune, collocandolo presso il padre. Nel frattempo, il Tribunale di Treviso aveva respinto l’opposizione a precetto, motivandolo con la considerazione che la collocazione del minore presso il padre non aveva privato il titolo esecutivo di efficacia e validità, poiché il debitore non aveva attivato il procedimento di cui all’art. 9 della legge n. 898/70, cioè quello relativo alla modifica delle condizioni di separazione o divorzio.
La sentenza di primo grado, che aveva respinto l’opposizione a precetto, statuiva che la collocazione del minore presso il padre, non deliberando sulle questioni economiche, non aveva privato il titolo esecutivo di efficacia e validità, né tanto meno sospeso la sua esecutività. Infatti, secondo la sentenza di primo grado, l’unico modo per ottenere tali effetti sarebbe stato quello di attivare il procedimento ex art. 9 della legge sul divorzio, chiedendo la modifica delle condizioni economiche.
L’appello presentato dal padre fu rigettato dalla Corte di Appello di Venezia, fu rigettato poiché la Corte escluse che le statuizioni patrimoniali conseguenti alla sentenza di cessazione degli effetti civili potessero essere inficiate dalle decisioni sulla potestà genitoriale, dovendo invece essere modificate solo dal Tribunale competente ai sensi dell’art. 9, legge n. 898/70, con apposito ricorso da parte dell’interessato, come prospettato anche (fin dall’inizio) dalla tesi difensiva dell’opposta.
Contro la decisione della Corte di appello, ha presentato ricorso il padre, all’epoca opponente, con quattro motivi ai quali ha resistito con controricorso l’ex moglie e padre del minore. Il ricorso è stato dapprima oggetto di procedimento in Camera di Consiglio ex art. 380-bis c.p.c., al cui esito è stata poi decisa la rimessione in pubblica udienza.
Con il primo motivo, il ricorrente sosteneva la violazione e falsa applicazione, in riferimento all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. degli artt. 30 Cost., 147, 148, 316-bis e 337 c.p.c., sostenendo che la sentenza di divorzio sarebbe stata modificata dai provvedimenti del Tribunale per i minorenni, emessi peraltro in tema di sospensione e decadenza della potestà o responsabilità genitoriale. Con il secondo e il terzo motivo si contestava la sussistenza dell’interesse ad agire, con l’ultimo il fatto che l’opposta avesse taciuto l’esistenza di situazioni sopravvenute che avrebbero avuto forza modificativa o estintiva del diritto.
Resisteva con controricorso, come detto, l’altra parte, ribadendo la necessità della previa modifica del provvedimento originario, da parte del giudice competente in esclusiva ai sensi dell’art. 9, l. 898/70, e negando l’ammissibilità di modifiche dei provvedimenti patrimoniali in forza di provvedimenti di altre autorità giudiziarie.

Cambia la collocazione del figlio, ma non muta il contributo economico per il mantenimento. anche La modifica, da parte del Tribunale dei minorenni, del solo regime di collocazione del figlio non ha alcun effetto sulla precedente statuizione di un contributo economico per il mantenimento dei figli, suscettibile di essere modificato esclusivamente con il procedimento per la modifica delle condizioni di separazione o divorzio.
La Cassazione ha respinto il ricorso, con ampio e articolato ragionamento, compensando le spese vista la novità della questione.
La Suprema Corte ha infatti stabilito che in caso di provvedimenti in tema di affidamento o collocazione della prole, nell’ambito di procedimenti di separazione personale o divorzio, o di cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario, la modifica da parte del Tribunale per i minori del solo regime di collocazione del figlio non ha effetto automatico sulla precedente statuizione di un contributo economico per il suo mantenimento, adottata dal competente Tribunale per la separazione o per il divorzio, dato che il suo giudicato può essere modificato solo con il rimedio, esclusivo, previsto dall’ordinamento e consistente nella revisione di cui agli artt. 710 c.p.c. e 9 l. n. 898/70; di conseguenza, in mancanza di attivazione di detto ricorso, il genitore tenuto al contributo resta obbligato, in virtù della persistente forza esecutiva del primo provvedimento, che l’altro genitore legittimamente può azionare finché non venga espressamente modificato o revocato all’esito dell’esplicita valutazione, da parte del solo giudice competente sulla revisione, di ogni altro elemento per la determinazione della debenza o della misura del contributo.
Nel caso in esame, il ricorso per la modifica delle condizioni patrimoniali non è mai stato attivato e quindi, in applicazione del principio di diritto sopra indicato, la Suprema Corte ha respinto il ricorso.

ilfamiliarista.it



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